Inserito da: Michele Cipolli | Dicembre 10, 2007

Conoscenza al lavoro

Peter Drucker può essere considerato sicuramente un guru senza peli sulla lingua; queste sue righe dimostrano come sia la produttività, ed in particolare quella degli alti profili, l’indicatore che può fare la differenza nella competizione internazionale:

“More and more, the productivity of knowledge is going to become, for a country, an industry, or a company, the determining competitiveness factor. In the matter of knowledge, no one country, no one industry, no one company has a ‘natural’ advantage or disadvantage. The only advantage that it can ensure to itself is to be able to draw more from the knowledge available to all than others are able to do”

La gestione della conoscenza e la produttività dei knowledge workers risultano quindi le leve su cui si misurerà la competitività delle imprese del XXI secolo. Ne siamo coscienti in Italia?

Inserito da: Michele Cipolli | Settembre 21, 2007

Poveri, ma in Euro

Le parole di Alan Greenspan, ex guida della Federal Reserve (USA) e tra l’altro gestore attento della crisi post 9/11 afferma in un intervista:

“Grazie al significativo potere autonomo conferitole dal Trattato di Maastricht, la Banca Centrale Europea è diventata una forza prominente negli affari economici mondiali. Gli attacchi di cui è stata oggetto per le sue politiche antinflazionistiche e i tentativi di indebolirne l’autorità sono falliti. Tranne che in momenti di crisi, dubito che potrebbe nascere un consenso sufficiente per alterarne l’autonomia. Abbiamo di fronte un’istituzione storicamente unica, una Banca centrale indipendente con il mandato esclusivo di mantenere la stabilità dei prezzi in un’area economica che produce oltre un quinto del PIL mondiale. È un risultato straordinario. Non finisco di stupirmi di quello che i miei colleghi europei sono riusciti a fare”.

Gran riconoscimento tra pari, non c’è che dire, il progetto è andato in porto con successo. Ed aggiunge ancora:

“Chiaramente, ciascun membro dell’Eurozona potrebbe abbandonare la moneta comune e reintrodurre quella che aveva in precedenza. L’Italia, che da dieci anni annaspa in una crescita produttiva assai magra (meno della metà della media dei Paesi dell’euro), deve affrontare una struttura dei costi sempre meno competitiva. Se non fosse legata all’euro, avrebbe sicuramente svalutato la moneta, come ha fatto in passato. Ma se reintroducessero la lira (presumibilmente con un tasso svalutato), gli italiani dovrebbero decidere che cosa fare con i loro attuali obblighi legali espressi in euro. Pagare gli interessi di debiti in euro diventerebbe molto costoso e si creerebbe una grande incertezza, dato che il tasso di cambio lira/euro sarebbe quasi sicuramente molto instabile, almeno per un certo periodo. Imporre per legge la conversione dei debiti in lire (sia pubblici sia privati) con un tasso di cambio arbitrario significherebbe a tutti gli effetti dichiarare bancarotta, il che minerebbe la capacità di credito della nazione”-

Sono stralci di un’intervista, ma il senso è chiaro: la sfida della moneta unica è stata vinta (oggi il cambio €/$ è a 1,41, probabilmente la nostra moneta ha già raggiunto pari autorevolezza nella finanza globale). Se l’Italia non fosse entrata nel sistema euro, saremmo tutti in braghe di tela da tempo. E sono totalmente d’accordo su questo … cari italiani e non, nostalgici con le vecchie lire sotto il materasso, figli di una politica monetaria da opera buffa in parte responsabile del debito pubblico che ci sta togliendo anche il respiro, mettetevi l’animo in pace. Se ne avete ancora, cambiate le vecchie lire in euro e fate rientrare la vostra liquidità nel circuito economico che, belle o brutte che siano, ha le sue regole anche se conosciute da pochi addetti ai lavori. L’invenzione della moneta unica è stata geniale e fruttifera per molti, non può esserlo per tutti. A causa della ridistribuzione mondiale della ricchezza saremo forse più poveri, ma meglio in Euro.

Inserito da: Michele Cipolli | Agosto 28, 2007

Negozi di mogli e mariti

A New York è stato appena aperto un nuovo negozio dove le donne possono scegliere e comprare un marito. All’entrata sono esposte le istruzioni su come funziona il negozio:

- Puoi visitare il negozio SOLO UNA VOLTA.
- Ci sono 6 piani e le caratteristiche degli uomini migliorano salendo.
- Puoi scegliere qualsiasi uomo ad un piano oppure salire al piano superiore.
- Non si può ritornare al piano inferiore.

Una donna decide di andare a visitare il Negozio di Mariti per trovare un compagno.

Al primo piano l’insegna sulla porta dice:
Questi uomini hanno un lavoro.

La donna decide di salire al successivo.

Al secondo piano l’insegna sulla porta dice:
Questi uomini hanno un lavoro e amano i bambini.

La donna decide di salire al successivo.

Al terzo piano l’insegna sulla porta dice:
Questi uomini hanno un lavoro, amano i bambini e sono estremamente belli.

“Wow” pensa la donna , ma si sente di salire ancora.

Al quarto piano l’insegna sulla porta dice:
Questi uomini hanno un lavoro, amano i bambini, sono belli da morire e aiutano nei mestieri di casa.

“Incredibile” esclama la donna , “Posso difficilmente resistere!”. Ma sale ancora.

Al quinto piano l’insegna sulla porta dice:
Questi uomini hanno un lavoro , amano i bambini , sono belli da morire, aiutano nei mestieri di casa e sono estremamente romantici.

La donna è tentata di restare e sceglierne uno, invece decide di salire all’ultimo piano.

Sesto piano: sei la visitatrice N° 31.456.012 di questo piano, qui non ci sono uomini, questo piano esiste solamente per dimostrare quanto sia impossibile accontentare una donna. Grazie di aver scelto il nostro negozio.

—————————————————————————————-

Di fronte a questo negozio è stato aperto un Negozio di Mogli dove gli uomini possono scegliere la propria donna.

Al primo piano ci sono donne che amano far sesso.

Al secondo piano ci sono donne che amano fare sesso e non sono rompicoglioni.

I piani dal terzo al sesto NON SONO MAI STATI VISITATI.

Inserito da: Michele Cipolli | Agosto 9, 2007

Buon compleanno web!

Nell’anniversario dei 16 anni della Rete il suo inventore/fondatore Tim Berners-Lee punta ancora al futuro. Le sue parole:

«Il Web è un’invenzione prima sociale che tecnica. L’ho progettato per uno scopo sociale – quello di permettere alle persone di collaborare – e non come giocattolo tecnico. Il fine ultimo del Web è di supportare e migliorare la nostra esistenza reticolare nel mondo».

Erano i primi di Agosto del 1991 quando Berners-Lee, giovane fisico inglese del CERN di Ginevra, presentò il progetto del World Wide Web. All’epoca Internet esisteva già da oltre vent’anni, era nota come Arpanet già dal ‘69. Ma fu con gli anni ‘80 che ebbe la sua maggiore espansione: esistevano già le e-mail, c’erano i protocolli per il trasferimento dei dati come l’Ftp, si usava Telnet per collegarsi ai computer remoti, ma tutto questo era confinato in un mondo estremamente tecnico, universitario e industriale.

In realtà lo scienziato non ha inventato Internet, ha inventato il Web: la rete, ossia gli ipertesti ed il linguaggio HTML con i quali visualizziamo le pagine e il protocollo HTTP, quello attraverso cui le possiamo raggiungere. Il mondo virtuale interconnesso che oggi festeggiamo, il «comune linguaggio di comunicazione» che avrebbe unificato buona parte della conoscenza umana. Il giovane Berners-Lee, insignito nel 2004 del titolo di Baronetto dalla Regina d’Inghilterra, ha inventato anche il primo browser, base e vertice delle nostre attività online: un sistema capace di sfogliare la pagine Html inserendo gli indirizzi Http.

Uscito dal CERN di Ginevra ha trovato lavoro al MIT (Massachusset Instutute of Technlogy) di Boston dove nel 1994 ha fondato il World Wide Web Consortium , conosciuto semplicemente come W3C. Un’associazione senza fini di lucro che si basa su semplici indicazioni: «Il Web è unico perché è libero. Chiunque può creare un documento e metterlo gratuitamente online. Il W3C cerca di evitare che interessi di qualsiasi genere possano porre un freno a questa assoluta libertà» si legge nello statuto della W3C.

Oggi Tim Berners-Lee ha 52 anni la sua creatura ne ha 16 e, nonostante le trasformazioni bibliche che ha portato alla società umana Tim non ha nessuna intenzione di lasciarla ad altri. Si lavora a pieno ritmo nel quartier generale della W3C. La società è un organismo noprofit enorme di cui fanno parte tutti, o almeno tutti quelli che si occupano della Rete delle Reti. Aziende informatiche del calibro di Microsoft, IBM, Apple, Google, Intel, Sony, Siemens e aziende telefoniche come Ericsson, Nokia, NTT DoCoMo; società di grandi dimensioni appartenenti ai più svariati settori, ma strategicamente interessate alla crescita del Web come l’American Express. Infine università e istituzioni per la ricerca. L’importanza dei suoi membri fa del W3C un organismo di grande autorevolezza e molti sono portati a chiamarlo il Consorzio, per antonomasia.

Dopo l’invenzione del linguaggio XML che la maggior parte di noi ha conosciuto attraverso gli aggregatori di feed RSS, ma che ha innumerevoli usi, il Consorzio sta lavorando da alcuni anni alla progettazione del cosiddetto Web Semantico, ossia il futuro della rete. Ci vorranno ancora degli anni prima che gli utenti ne vedano la realizzazione, tuttavia questa nuova idea sta già facendo discutere. Si tratta di una visione completamente nuova dell’information technology e non per niente si basa sul concetto che ognuno (ogni creatore di contenuti) possa determinare una propria ontologia delle informazioni, determinare cioè a livello informatico gli attributi di un’istanza, sia essa un sentimento, un oggetto, un’idea. Dopo il mondo interconnesso, avremo l’individuo intercollegato, capace di creare mondi e influenzare quello (o quelli) degli altri. Non una verità ma molte, non un’opzione di ricerca generalista, ma un pullulare di specificità. Se avevamo creduto che il Web 2.0 e i social network fossero il futuro ora sappiamo che sono solo il presente, o forse l’eco di un mondo a venire.

Testo tratto da Corriere.it

Inserito da: Michele Cipolli | Agosto 1, 2007

Team ad alte prestazioni

Fare gruppo per vivacchiare sulle rendite di posizione non basta, occorre mantenere le promesse e raggiungere nuovi traguardi. In una parola: PERFORM.

P. Principio e valori. I membri dei team dalle elevate prestazioni hanno un comune obiettivo di gruppo. Hanno una serie di valori in comune e una visione convincente.

E. Empowerment. I membri del team hanno l’autorità per agire e prendere decisioni all’interno di limiti prestabiliti. Hanno l’autonomia, l’opportunità e l’abilità per sperimentare il loro potere personale e collettivo.

R. Relazioni e comunicazione. Un team dalle elevate prestazioni si impegna ad una comunicazione chiara. La gente sente di poter correre dei rischi e condividere pensieri, opinioni e sentimenti senza paura.

F. Flessibilità. I membri del team sono interdipendenti e comprendono di essere tutti responsabili della performance, dello sviluppo e della leadership del team. Viene riconosciuta l’inevitabilità del cambiamento e vi è la capacità di adattarsi alle condizioni mutevoli.

O. Ottima produttività. Ciò si riflette nella quantità e nella qualità del lavoro che il team svolge. Ciascun membro si mette a disposizione degli altri e fa uno sforzo continuo per migliorare.

R. Riconoscimento e apprezzamento. Esistono un riscontro e un riconoscimento continui e positivi da parte dei membri, del leader e dell’organizzazione. Il riconoscimento rinforza il comportamento, costruisce la stima e aumenta un sentimento di valore e di realizzazione.

M. Morale. Se gli altri elementi sono a posto, il morale è alto. I membri sono entusiasti del loro lavoro, sono orgogliosi dei loro risultati e di far parte della squadra.

Da un articolo di Ken Blanchard ripreso da HSM.

Inserito da: Michele Cipolli | Luglio 23, 2007

Marco Travaglio, lettera al PD

 

© Il sito delle primarie del Partito Democratico

L’autorevole Marco, in questa intervista, mette in evidenza come la discussione sul nascente partito democratico non sia abbastanza sensibile su alcuni aspetti che ormai dovunque i leader politici stanno proponendo all’attenzione degli elettori.

In politica le tematiche ambientali e la sostenibilità della crescita stanno diventando la priorità numero uno da affrontare e discutere; capisco che molti intellettuali e leader politici non vogliano uscire dalla loro area di confidenza e preferiscano rinchiudersi in temi triti e ritriti, ma adesso la battaglia per il consenso si porta avanti in campo aperto, affrontando non soltanto i problemi del proprio orticello, piccolo o grande che sia.

 

Inserito da: Michele Cipolli | Luglio 21, 2007

Le frequenze di Google

Un’asta sulle frequenze statunitensi intorno ai 700 Mhz per inizio 2008, e BigG si propone alla FCC (Federal Communications Commission – ente regolatore USA) dettando le sue condizioni per partecipare. Si tratta di acquisire diritti esclusivi all’utilizzo di una parte appetibile dello spettro ad un prezzo che sarà probabilmente vicino a 10 miliardi USD e che aprirà la strada del broadcast su frequenze TV a Google ed altri nuovi entranti, guarda caso appartenenti al mondo dell’informatica.

Quattro condizioni per l’utilizzo di questo spazio: open applications, open devices, open services, and open networks. In pratica Google chiede di poter rendere il suo futuro spazio nell’etere libero da ogni struttura regolamentare preconfezionata, ad ogni livello del cosiddetto stack. Richiesta legittima, direte, visto il potenziale esborso, che fa riflettere sulla convergenza tra informatica e telecomunicazioni e sulle conquiste di un modello di business aperto nato nel web ed esportabile secondo Google alla gestione di uno spazio nel mondo fisico dei carrier e dei terminali.

Tutto ciò fa sembrare molto vecchio, conservatore e antistorico quello che avviene dalle nostre parti, dove per far crescere la televisione digitale e proteggere gli attuali attori si crea una infrastruttura di regole che diventa già inutile ed inibitoria per i nuovi entranti prima ancora che possa dimostrarsi un minimo efficace. I cicli di vita delle tecnologie, parzialmente sovrapposti ed interconnessi, sono incompatibili con la lentezza degli organismi regolatori ed i percorsi di sviluppo non possono essere imposti al mercato, tanto meno a coloro che ne detengono le competenze chiave.

Perdonatemi la franchezza: l’economia di Internet, che appartiene ai grandi e piccoli pionieri ICT sta nettamente occupando e sopravanzando nei paesi guida il sistema dei vecchi operatori di rete e contenuti.

Ma in Italia costruiamo guardando al passato, turandoci il naso per la puzza proveniente dagli oligopoli nostrani, gli stessi che in passato hanno distrutto i nostri gioielli del settore. La recente bocciatura UE della legge Gasparri docet e denota che occorre un atto di coraggio concreto da parte di Gentiloni per la prossima revisione.

Inserito da: Michele Cipolli | Giugno 28, 2007

iPhone e ghost marketing

Un illuminante articolo su Repubblica ed il video pubblicato su YouTube dal New York Times rivelano come il lancio del nuovo prodotto-icona di Apple possa diventare un caso di studio su come comunicare e vendere tecnologia e stili di vita ancora prima che l’oggetto del desiderio esista veramente. In effetti poche aziende possono permettersi tale rischio, una è sicuramente quella di Steve Jobs; questo non toglie nulla, però, ai significati ed all’efficacia di una campagna così concepita, sicuramente supportata dall’innovazione che contraddistingue da sempre il marchio della Mela.

Consiglio vivamente di leggere l’articolo di Repubblica subito dopo il video del NYT qui sotto:

Inserito da: Michele Cipolli | Maggio 19, 2007

Prevenire è meglio che curare: G.B. Shaw

“L’umanità diverrebbe finalmente felice se tutto il genio che utilizza nel cercar di riparare ai propri errori venisse impiegato nel cercare di prevenirli”

Shaw non lascia dubbi sul corretto approccio nella gestione delle risorse ambientali, economiche ed intellettive. Investire di più nella pianificazione, nello studio e nell’analisi degli scenari possibili, in tutti gli aspetti della vita e del lavoro. Responsabilità: fermarsi almeno un attimo a pensare prima di agire, specialmente quando gli errori dei decisori si ripercuotono pesantemente sulla collettività e le risorse a disposizione sono inevitabilmente limitate. Anche quelle dell’intelletto.

Inserito da: Michele Cipolli | Marzo 11, 2007

Segnali di fumo all’orizzonte

Leggendo qua e là i nostri osservatori stranieri, vorremmo avere conferme delle notizie di un inversione di tendenza, di un rinnovamento nel pensiero e di una ”italian way” virtuosa nell’affrontare il cambiamento epocale di inizio XXI secolo.

Invece in Spagna El País parla dell’Italia come di un “un paese con un grande avvenire dietro le spalle”: “I politici italiani sono i più vecchi d’Europa. Ma la gerontocrazia politica non è un’anomalia: la popolazione italiana è infatti la più anziana d’Europa e la crescita professionale dei giovani è ostacolata in tutti i modi”.

Molti di noi vorrebbero che così non fosse … ma così é. Non solo il famigerato Economist ci bacchetta da sempre, ma anche una voce autorevole di un paese che fino a quindici anni fa veniva considerato arretrato e conservatore adesso giudica ormai decotta l’Italia, sentendosi più forte dopo il cambio di marcia degli ultimi anni.

Ma un giudizio “tranchant” come questo, del resto basato su dati di fatto incontrovertibili,  può essere preso come stimolo ulteriore per accelerare il passaggio delle responsabilità alle nuove generazioni, non dimenticando che il rinnovamento passa anche attraverso scelte coraggiose e radicali della nostra leadership politica ed imprenditoriale.

Del resto cosa resta di veramente “italiano” nel nostro paese? Forse solo la spocchia ed il parassitismo di coloro che avrebbero tutto da perdere. La cooptazione per linea diretta da loro promossa non ha funzionato, come era ovvio, e molti talenti sono stati incompresi, sottooccupati o bruciati;  molti sono emigrati all’estero e difficilmente torneranno in Italia, vista l’aria che tira per gli alti profili. Tuttora gli incentivi sono orientati a promuovere la rendita di posizione oppure l’espatrio ed il passaggio risulta ancora più difficile a causa della voragine generazionale che si è creata.

Un’analisi post mortem viene fatta sempre dai responsabili di un progetto; è utile a capire dove i protagonisti hanno sbagliato, poichè perseverare negli errori è diabolico, come la saggezza insegna. E allora non aspettiamo la fine, muoviamoci in tempo.

« Articoli più recenti - Articoli precedenti »

Categorie