Hovercraft reloaded

E chi l’avrebbe mai detto? Sembravano ormai estinti ma in giro per il mondo quei grossi chiattoni a metà tra anfibio ed aeroplano si sono modificati geneticamente e, con nuove sembianze e leggerezza riprendono a navigare … volare … insomma a muoversi su qualunque superficie che sia abbastanza piana.

Dalle nostre parti questi oggetti strani non si sono mai visti, ma chissà, potrebbero diventare mezzi di trasporto alternativi che insieme ad ultraleggeri (ULV) e monopattini elettrici risolvono esigenze di mobilità individuale e collettiva.

Guardatevi questo filmato e pensate a come potrebbero essere utilizzati nelle acque interne o lagunari del nostro paese; il costo di acquisto e manutenzione di questi mezzi di trasporto, è crollato drasticamente ed adesso i piccoli hovercraft hanno indubbiamente un appeal ed una flessibilità sconosciuta in passato.

Buon compleanno web!

Nell’anniversario dei 16 anni della Rete il suo inventore/fondatore Tim Berners-Lee punta ancora al futuro. Le sue parole:

«Il Web è un’invenzione prima sociale che tecnica. L’ho progettato per uno scopo sociale – quello di permettere alle persone di collaborare – e non come giocattolo tecnico. Il fine ultimo del Web è di supportare e migliorare la nostra esistenza reticolare nel mondo».

Erano i primi di Agosto del 1991 quando Berners-Lee, giovane fisico inglese del CERN di Ginevra, presentò il progetto del World Wide Web. All’epoca Internet esisteva già da oltre vent’anni, era nota come Arpanet già dal ’69. Ma fu con gli anni ’80 che ebbe la sua maggiore espansione: esistevano già le e-mail, c’erano i protocolli per il trasferimento dei dati come l’Ftp, si usava Telnet per collegarsi ai computer remoti, ma tutto questo era confinato in un mondo estremamente tecnico, universitario e industriale.

In realtà lo scienziato non ha inventato Internet, ha inventato il Web: la rete, ossia gli ipertesti ed il linguaggio HTML con i quali visualizziamo le pagine e il protocollo HTTP, quello attraverso cui le possiamo raggiungere. Il mondo virtuale interconnesso che oggi festeggiamo, il «comune linguaggio di comunicazione» che avrebbe unificato buona parte della conoscenza umana. Il giovane Berners-Lee, insignito nel 2004 del titolo di Baronetto dalla Regina d’Inghilterra, ha inventato anche il primo browser, base e vertice delle nostre attività online: un sistema capace di sfogliare la pagine Html inserendo gli indirizzi Http.

Uscito dal CERN di Ginevra ha trovato lavoro al MIT (Massachusset Instutute of Technlogy) di Boston dove nel 1994 ha fondato il World Wide Web Consortium , conosciuto semplicemente come W3C. Un’associazione senza fini di lucro che si basa su semplici indicazioni: «Il Web è unico perché è libero. Chiunque può creare un documento e metterlo gratuitamente online. Il W3C cerca di evitare che interessi di qualsiasi genere possano porre un freno a questa assoluta libertà» si legge nello statuto della W3C.

Oggi Tim Berners-Lee ha 52 anni la sua creatura ne ha 16 e, nonostante le trasformazioni bibliche che ha portato alla società umana Tim non ha nessuna intenzione di lasciarla ad altri. Si lavora a pieno ritmo nel quartier generale della W3C. La società è un organismo noprofit enorme di cui fanno parte tutti, o almeno tutti quelli che si occupano della Rete delle Reti. Aziende informatiche del calibro di Microsoft, IBM, Apple, Google, Intel, Sony, Siemens e aziende telefoniche come Ericsson, Nokia, NTT DoCoMo; società di grandi dimensioni appartenenti ai più svariati settori, ma strategicamente interessate alla crescita del Web come l’American Express. Infine università e istituzioni per la ricerca. L’importanza dei suoi membri fa del W3C un organismo di grande autorevolezza e molti sono portati a chiamarlo il Consorzio, per antonomasia.

Dopo l’invenzione del linguaggio XML che la maggior parte di noi ha conosciuto attraverso gli aggregatori di feed RSS, ma che ha innumerevoli usi, il Consorzio sta lavorando da alcuni anni alla progettazione del cosiddetto Web Semantico, ossia il futuro della rete. Ci vorranno ancora degli anni prima che gli utenti ne vedano la realizzazione, tuttavia questa nuova idea sta già facendo discutere. Si tratta di una visione completamente nuova dell’information technology e non per niente si basa sul concetto che ognuno (ogni creatore di contenuti) possa determinare una propria ontologia delle informazioni, determinare cioè a livello informatico gli attributi di un’istanza, sia essa un sentimento, un oggetto, un’idea. Dopo il mondo interconnesso, avremo l’individuo intercollegato, capace di creare mondi e influenzare quello (o quelli) degli altri. Non una verità ma molte, non un’opzione di ricerca generalista, ma un pullulare di specificità. Se avevamo creduto che il Web 2.0 e i social network fossero il futuro ora sappiamo che sono solo il presente, o forse l’eco di un mondo a venire.

Testo tratto da Corriere.it

Le frequenze di Google

Un’asta sulle frequenze statunitensi intorno ai 700 Mhz per inizio 2008, e BigG si propone alla FCC (Federal Communications Commission – ente regolatore USA) dettando le sue condizioni per partecipare. Si tratta di acquisire diritti esclusivi all’utilizzo di una parte appetibile dello spettro ad un prezzo che sarà probabilmente vicino a 10 miliardi USD e che aprirà la strada del broadcast su frequenze TV a Google ed altri nuovi entranti, guarda caso appartenenti al mondo dell’informatica.

Quattro condizioni per l’utilizzo di questo spazio: open applications, open devices, open services, and open networks. In pratica Google chiede di poter rendere il suo futuro spazio nell’etere libero da ogni struttura regolamentare preconfezionata, ad ogni livello del cosiddetto stack. Richiesta legittima, direte, visto il potenziale esborso, che fa riflettere sulla convergenza tra informatica e telecomunicazioni e sulle conquiste di un modello di business aperto nato nel web ed esportabile secondo Google alla gestione di uno spazio nel mondo fisico dei carrier e dei terminali.

Tutto ciò fa sembrare molto vecchio, conservatore e antistorico quello che avviene dalle nostre parti, dove per far crescere la televisione digitale e proteggere gli attuali attori si crea una infrastruttura di regole che diventa già inutile ed inibitoria per i nuovi entranti prima ancora che possa dimostrarsi un minimo efficace. I cicli di vita delle tecnologie, parzialmente sovrapposti ed interconnessi, sono incompatibili con la lentezza degli organismi regolatori ed i percorsi di sviluppo non possono essere imposti al mercato, tanto meno a coloro che ne detengono le competenze chiave.

Perdonatemi la franchezza: l’economia di Internet, che appartiene ai grandi e piccoli pionieri ICT sta nettamente occupando e sopravanzando nei paesi guida il sistema dei vecchi operatori di rete e contenuti.

Ma in Italia costruiamo guardando al passato, turandoci il naso per la puzza proveniente dagli oligopoli nostrani, gli stessi che in passato hanno distrutto i nostri gioielli del settore. La recente bocciatura UE della legge Gasparri docet e denota che occorre un atto di coraggio concreto da parte di Gentiloni per la prossima revisione.

iPhone e ghost marketing

Un illuminante articolo su Repubblica ed il video pubblicato su YouTube dal New York Times rivelano come il lancio del nuovo prodotto-icona di Apple possa diventare un caso di studio su come comunicare e vendere tecnologia e stili di vita ancora prima che l’oggetto del desiderio esista veramente. In effetti poche aziende possono permettersi tale rischio, una è sicuramente quella di Steve Jobs; questo non toglie nulla, però, ai significati ed all’efficacia di una campagna così concepita, sicuramente supportata dall’innovazione che contraddistingue da sempre il marchio della Mela.

Consiglio vivamente di leggere l’articolo di Repubblica subito dopo il video del NYT qui sotto:

Pragmatismo ed innovazione

L’essenza del lavoro di un progettista dalle parole di Dante Giacosa:

“… progettare è anche valutare le difficoltà, individuare i problemi essenziali, ricercarne le diverse soluzioni possibili e selezionare quelle che appaiono in grado di risolverli nel modo più semplice e completo.” (citazione tratta da Wikipedia.it)

Il suo era un approccio pragmatico, forse non molto innovativo come molti affermano. Ma erano altri tempi, e dal suo tavolo da disegno nacque la gloriosa Fiat 500, una delle icone dell’Italia repubblicana ed esempio di cambiamento di paradigma nella concezione tecnica automobilistica guidata dalla necessità di creazione di domanda e diffusione di massa di un prodotto dirompente per quei tempi, la mobilità.

La prima 500 venne commercializzata nel luglio 1957, al prezzo di 495.000 Lire; al tempo rappresentavano circa dieci stipendi di un operaio specializzato (non pochi rispetto ai quattro necessari ad acquistare un Maggiolino in Germania).

La Cinquecento del ventunesimo secolo verrà lanciata esattamente 50 anni dopo, il prossimo luglio ed in anticipo sui tempi stimati; non sarà essenziale come la sua antenata, proporrà infinite personalizzazioni e probabilmente costerà meno dei famosi dieci stipendi; non ha un padre putativo, ma è frutto di ampie collaborazioni tecniche e commerciali coordinate da una diligente azione da parte del management; risponde alle richieste dei futuri clienti consumatori che, da appassionati, hanno partecipato fin dall’inizio alla definizione del prodotto supportando il marketing strategico di Fiat.

Una genesi ed un ambiente di riferimento, dunque, lontana anni luce dall’originale del dopoguerra. E proprio in questo sta a mio parere l’importanza di un business case che probabilmente sarà ricordato negli anni a venire come impegno di innovazione nel planning e nell’execution. Ma, per completare l’opera occorre ancora un passo avanti: rendere Cinquecento un esempio di mobilità sostenibile, lavorando sulla propulsione e sul risparmio energetico.

Investire in tecnologie pulite

Avere notizie sulle linee di investimento più “popolate” dai maggiori venture capitalists può aiutare a capire quale sarà la configurazione dell’industria high tech dei prossimi decenni.

La Silicon Valley, eldorado di nuove iniziative imprenditoriali in settori quali microelettronica, ICT, biotech, sta dedicando le sue interessate attenzioni al mercato nascente delle tecnologie pulite, di cui la conversione diretta di energia rappresenta uno dei più importanti ambiti di ricerca e sviluppo. Infatti, un’analisi sui fondamentali dell’economia globale dimostra che esistono ampi spazi e ritorni economici importanti per gli operatori dell’eco-capitalismo, che sosterranno iniziative di questo tipo.

Negli USA e non solo, i VC stanno aprendo i loro portafogli per supportare società che sviluppano nuove tecnologie destinate a generare forti guadagni in un un mercato che sempre più richiederà prodotti a bassissimo impatto ambientale.

Il mercato “clean tech” sarà guidato dalle regolamentazioni sempre più stringenti sulla qualità dell’aria, dell’acqua e della sostenibilità nella produzione dell’energia, come ad esempio in California.

Non solo, alcuni fondi pensione statunitensi, tra cui il più importante (California Public Employees Retirement System) notoriamente orientati a ritorni sull’investimento con profilo a basso rischio e su periodi medio-lunghi stanno appesantendo il loro portafoglio di investimenti verso tali imprese.

Nondimeno, dobbiamo rilevare alcune zone d’ombra, ad esempio il periodico riattivarsi di interessi speculativi in questo campo, un mercato molto complesso e che ha generato in passato ritorni economici scarsi.

Ma nel frattempo le tecnologie si sono evolute e l’orizzonte temporale applicativo si è ridotto. Ed il bias nei loro confronti sta cambiando.

Finalmente è partita l’iniziativa One Laptop Per Child (OLPC)

One Laptop Per Child (OLPC), l’iniziativa benefica di Nicholas Negroponte, volta alla progettazione e produzione di laptop economici per il Terzo Mondo, è finalmente decollata. La Nigeria, infatti, ha deciso di acquistare ben un milione di PC a basso costo, per far fronte al problema del digital divide nel proprio paese.

L’azienda asiatica Quanta si occuperà della produzione e, come concordato con i promotori del progetto, il prezzo di listino sarà di circa 140 dollari per unità.

La distribuzione avrà inizio nei primi mesi del 2007; le configurazioni dei laptop saranno entry level: CPU da 500 Mhz, 128 MB di memoria RAM, supporto Wi-Fi integrato e display LCD a colori.

One Laptop Per Child vanta il supporto di alcune fra i più importanti operatori del settore ICT come AMD, NewsCorp, Red Hat e Google.

Quanta ha confermato di essere in grado di raggiungere un livello produttivo prossimo ai 20 milioni di laptop all’anno. Un buon risultato, se si considera che, grazie anche al coinvolgimento delle Nazioni Unite, ci sono già altri paesi che stanno pensando di approfittare di questa “promozione”. Fra tutti sono già in pole position Messico, India, Cina e Brasile.

Tratto da Apogeonline – 01/08/2006

Pillole di storia: il movimento luddista

Il movimento luddista prende nome da Ned Ludde, un operaio inglese che, dando alle fiamme alcuni dei moderni telai automatici, capeggiò una delle prime proteste contro l’espulsione di manodopera conseguente all’introduzione delle macchine nel lavoro di fabbrica. Proteste che si protrassero violentissime per tutto l’ultimo decennio del XIX secolo. Specialmente in Inghilterra si ebbero morti e feriti e seguito di condanne alla deportazione e all’impiccagione.

Altre innovazioni tecnologiche furono ugualmente avversate dall’opinione popolare: i battellieri della Senna distrussero un barcone sperimentale azionato a vapore, allestito da Robert Fulton (le cui proposte avveniristiche furono probabilmente rifiutate da Napoleone non tanto per scetticismo quanto per i lunghi tempi di allestimento di una flotta a vapore, incompatibili con l’urgenza degli eventi bellici); le prime stazioni telegrafiche allestite da Chappe in epoca rivoluzionaria furono bruciate dalla folla parigina, anche se non per luddismo bensì perché sospette di nascondere macchinazioni delle spie realiste.

Questi e altri episodi analoghi possono essere anche un indice di come gli ideali del razionalismo e del progressismo illuministico, diffusi e condivisi dalla élite intellettuale, rimanessero invece a livello popolare degli slogan largamente fraintesi.

L’internet di Vint Cerf

Vint Cerf, uno dei “padri” dell’internet, afferma:

“L’internet è un luogo, un ambiente, fatto di persone e delle loro miriadi di interazioni. Non è meramente una tecnologia ma un modo di collaborare, condividere e aver cura gli uni degli altri. È radicata nella realtà e la realtà ha la radice nei nostri cuori”

Una buona risposta a coloro che sostengono che dovremmo stare il più possibile lontani dalla rete e dalle nuove tecnologie “virtualizzanti”.