Alleanze nei cieli, ali tarpate in Italia

Leggo dal Sole riguardo ad una nuova alleanza tra British Airways, American Airlines e Iberia, tesa ad unire gli sforzi delle tre aviolinee per sostenere economie del business del trasporto aereo sempre più a rischio a livello globale per i motivi che sappiamo, primo tra tutti l’aumento del costo del carburante. Tre compagnie di tre grandi paesi consapevoli che mettono insieme le loro forze e, accettando la sfida globale, passano all’attacco, per sopravvivere e prosperare come sono riucite a fare dal 2001 ad oggi. Anche rischiando alla ricerca di un nuovo modello di compartecipazione nel business.

Come mio solito, confronto tali strategie di ampio respiro con le stitiche e mefitiche azioni di breve termine messe in atto dai governi italiani (azionisti di maggioranza) e manager di Alitalia negli ultimi anni. Il confronto è improbo. L’ultimo capitolo di questa storia italiana, quella della rinuncia ad un dignitoso accordo con Air France-KLM sacrificato a bassi scopi elettorali, la necessità di trovare una soluzione manipolando le regole del mercato e le leggi comunitarie da parte del nuovo governo che sbandiera la necessità di avere una aviolinea di bandiera (scusate il gioco di parole) per tutelare gli interessi del paese e del turismo nazionale, mi fanno ridere ma con tanta tristezza nel cuore. Come se la Spagna o altre nazioni non avessero gli stessi obiettivi …

Quella di Alitalia, che si rinchiuderà e molto probabilmente imploderà mestamente nel suo piccolo mondo di clientele politiche ed interessi corporativi licenziando i propri dipendenti dopo averne pagato gli stipendi a suon di ricapitalizzazioni fatte con i soldi dei contribuenti, è la fine in Italia di un altro settore strategico per ogni paese moderno voluto ed attuato da una classe dirigente di presuntuosi incapaci ed imbelli nel migliore dei casi, di delinquenti a piede libero e corrotti nel peggiore.

Alitalia è da anni una macchina che mangia soldi per fornire un servizio al di sotto degli standard internazionali che nessuno ad oggi vuole comprare se non per acquisirne la fetta di mercato a prezzi super scontati, Airone probabile partner è fortemente indebitata e l’advisor ISP (Intesa San Paolo) sta costruendo il castello di carte che garantirà la sopravvivenza ad una piccola newco destinata ad una vendita futura, con buona pace dei lavoratori e grassi introiti per finanzieri e consulenti. Magari con una nuova versione del decreto Marzano, fiore all’occhiello del precedente esecutivo di centro destra, ben avvezzo ad azzeccare “garbugli” mal digeribili dai nostri partner europei.

L’economia del fiorino

Un indimenticabile spezzone da “Non ci resta che piangere” in cui Benigni e Troisi si trovano alle prese, in un’Italia medievale, con un doganiere che presidia un confine improvvisato ci fa pensare a come l’economia mondiale sia ancora legata ad un modello di transazione legata a parametri spazio-temporali nello scambio di beni e servizi. Un fiorino virtuale per ogni spostamento della merce, a prescindere dal fatto che la merce sia sempre la stessa o avesse valicato il confine pochi secondi prima, in un senso e/o nell’altro; un meccanismo di tassazione slegato dalle esigenze dei cittadini che lavorano e strutturato in modo da soddisfare il signore e la burocrazia di turno.

Rivedere per caso questa clip su YouTube mi ha fatto riflettere su come anche oggi non siamo molto lontani da questo modello; le transazioni di beni materiali o immateriali sono spesso finalizzate a supportare soltanto il sistema senza aggiungere alcun valore ai soggetti che operano lo scambio, anzi messi in difficoltà da impedimenti artificiali creati ad uso esclusivo di esattori o concessionari. Non sono un economista e forse per questo non riesco a capire il perché di una forma di degenerazione del nostro modello di sviluppo che non sembra avere limiti.

Poveri, ma in Euro

Le parole di Alan Greenspan, ex guida della Federal Reserve (USA) e tra l’altro gestore attento della crisi post 9/11 afferma in un intervista:

“Grazie al significativo potere autonomo conferitole dal Trattato di Maastricht, la Banca Centrale Europea è diventata una forza prominente negli affari economici mondiali. Gli attacchi di cui è stata oggetto per le sue politiche antinflazionistiche e i tentativi di indebolirne l’autorità sono falliti. Tranne che in momenti di crisi, dubito che potrebbe nascere un consenso sufficiente per alterarne l’autonomia. Abbiamo di fronte un’istituzione storicamente unica, una Banca centrale indipendente con il mandato esclusivo di mantenere la stabilità dei prezzi in un’area economica che produce oltre un quinto del PIL mondiale. È un risultato straordinario. Non finisco di stupirmi di quello che i miei colleghi europei sono riusciti a fare”.

Gran riconoscimento tra pari, non c’è che dire, il progetto è andato in porto con successo. Ed aggiunge ancora:

“Chiaramente, ciascun membro dell’Eurozona potrebbe abbandonare la moneta comune e reintrodurre quella che aveva in precedenza. L’Italia, che da dieci anni annaspa in una crescita produttiva assai magra (meno della metà della media dei Paesi dell’euro), deve affrontare una struttura dei costi sempre meno competitiva. Se non fosse legata all’euro, avrebbe sicuramente svalutato la moneta, come ha fatto in passato. Ma se reintroducessero la lira (presumibilmente con un tasso svalutato), gli italiani dovrebbero decidere che cosa fare con i loro attuali obblighi legali espressi in euro. Pagare gli interessi di debiti in euro diventerebbe molto costoso e si creerebbe una grande incertezza, dato che il tasso di cambio lira/euro sarebbe quasi sicuramente molto instabile, almeno per un certo periodo. Imporre per legge la conversione dei debiti in lire (sia pubblici sia privati) con un tasso di cambio arbitrario significherebbe a tutti gli effetti dichiarare bancarotta, il che minerebbe la capacità di credito della nazione”-

Sono stralci di un’intervista, ma il senso è chiaro: la sfida della moneta unica è stata vinta (oggi il cambio €/$ è a 1,41, probabilmente la nostra moneta ha già raggiunto pari autorevolezza nella finanza globale). Se l’Italia non fosse entrata nel sistema euro, saremmo tutti in braghe di tela da tempo. E sono totalmente d’accordo su questo … cari italiani e non, nostalgici con le vecchie lire sotto il materasso, figli di una politica monetaria da opera buffa in parte responsabile del debito pubblico che ci sta togliendo anche il respiro, mettetevi l’animo in pace. Se ne avete ancora, cambiate le vecchie lire in euro e fate rientrare la vostra liquidità nel circuito economico che, belle o brutte che siano, ha le sue regole anche se conosciute da pochi addetti ai lavori. L’invenzione della moneta unica è stata geniale e fruttifera per molti, non può esserlo per tutti. A causa della ridistribuzione mondiale della ricchezza saremo forse più poveri, ma meglio in Euro.

Le frequenze di Google

Un’asta sulle frequenze statunitensi intorno ai 700 Mhz per inizio 2008, e BigG si propone alla FCC (Federal Communications Commission – ente regolatore USA) dettando le sue condizioni per partecipare. Si tratta di acquisire diritti esclusivi all’utilizzo di una parte appetibile dello spettro ad un prezzo che sarà probabilmente vicino a 10 miliardi USD e che aprirà la strada del broadcast su frequenze TV a Google ed altri nuovi entranti, guarda caso appartenenti al mondo dell’informatica.

Quattro condizioni per l’utilizzo di questo spazio: open applications, open devices, open services, and open networks. In pratica Google chiede di poter rendere il suo futuro spazio nell’etere libero da ogni struttura regolamentare preconfezionata, ad ogni livello del cosiddetto stack. Richiesta legittima, direte, visto il potenziale esborso, che fa riflettere sulla convergenza tra informatica e telecomunicazioni e sulle conquiste di un modello di business aperto nato nel web ed esportabile secondo Google alla gestione di uno spazio nel mondo fisico dei carrier e dei terminali.

Tutto ciò fa sembrare molto vecchio, conservatore e antistorico quello che avviene dalle nostre parti, dove per far crescere la televisione digitale e proteggere gli attuali attori si crea una infrastruttura di regole che diventa già inutile ed inibitoria per i nuovi entranti prima ancora che possa dimostrarsi un minimo efficace. I cicli di vita delle tecnologie, parzialmente sovrapposti ed interconnessi, sono incompatibili con la lentezza degli organismi regolatori ed i percorsi di sviluppo non possono essere imposti al mercato, tanto meno a coloro che ne detengono le competenze chiave.

Perdonatemi la franchezza: l’economia di Internet, che appartiene ai grandi e piccoli pionieri ICT sta nettamente occupando e sopravanzando nei paesi guida il sistema dei vecchi operatori di rete e contenuti.

Ma in Italia costruiamo guardando al passato, turandoci il naso per la puzza proveniente dagli oligopoli nostrani, gli stessi che in passato hanno distrutto i nostri gioielli del settore. La recente bocciatura UE della legge Gasparri docet e denota che occorre un atto di coraggio concreto da parte di Gentiloni per la prossima revisione.

Investire in tecnologie pulite

Avere notizie sulle linee di investimento più “popolate” dai maggiori venture capitalists può aiutare a capire quale sarà la configurazione dell’industria high tech dei prossimi decenni.

La Silicon Valley, eldorado di nuove iniziative imprenditoriali in settori quali microelettronica, ICT, biotech, sta dedicando le sue interessate attenzioni al mercato nascente delle tecnologie pulite, di cui la conversione diretta di energia rappresenta uno dei più importanti ambiti di ricerca e sviluppo. Infatti, un’analisi sui fondamentali dell’economia globale dimostra che esistono ampi spazi e ritorni economici importanti per gli operatori dell’eco-capitalismo, che sosterranno iniziative di questo tipo.

Negli USA e non solo, i VC stanno aprendo i loro portafogli per supportare società che sviluppano nuove tecnologie destinate a generare forti guadagni in un un mercato che sempre più richiederà prodotti a bassissimo impatto ambientale.

Il mercato “clean tech” sarà guidato dalle regolamentazioni sempre più stringenti sulla qualità dell’aria, dell’acqua e della sostenibilità nella produzione dell’energia, come ad esempio in California.

Non solo, alcuni fondi pensione statunitensi, tra cui il più importante (California Public Employees Retirement System) notoriamente orientati a ritorni sull’investimento con profilo a basso rischio e su periodi medio-lunghi stanno appesantendo il loro portafoglio di investimenti verso tali imprese.

Nondimeno, dobbiamo rilevare alcune zone d’ombra, ad esempio il periodico riattivarsi di interessi speculativi in questo campo, un mercato molto complesso e che ha generato in passato ritorni economici scarsi.

Ma nel frattempo le tecnologie si sono evolute e l’orizzonte temporale applicativo si è ridotto. Ed il bias nei loro confronti sta cambiando.

Pillole di storia: il movimento luddista

Il movimento luddista prende nome da Ned Ludde, un operaio inglese che, dando alle fiamme alcuni dei moderni telai automatici, capeggiò una delle prime proteste contro l’espulsione di manodopera conseguente all’introduzione delle macchine nel lavoro di fabbrica. Proteste che si protrassero violentissime per tutto l’ultimo decennio del XIX secolo. Specialmente in Inghilterra si ebbero morti e feriti e seguito di condanne alla deportazione e all’impiccagione.

Altre innovazioni tecnologiche furono ugualmente avversate dall’opinione popolare: i battellieri della Senna distrussero un barcone sperimentale azionato a vapore, allestito da Robert Fulton (le cui proposte avveniristiche furono probabilmente rifiutate da Napoleone non tanto per scetticismo quanto per i lunghi tempi di allestimento di una flotta a vapore, incompatibili con l’urgenza degli eventi bellici); le prime stazioni telegrafiche allestite da Chappe in epoca rivoluzionaria furono bruciate dalla folla parigina, anche se non per luddismo bensì perché sospette di nascondere macchinazioni delle spie realiste.

Questi e altri episodi analoghi possono essere anche un indice di come gli ideali del razionalismo e del progressismo illuministico, diffusi e condivisi dalla élite intellettuale, rimanessero invece a livello popolare degli slogan largamente fraintesi.

Il gigantismo nel terzo settore targato tecnologia e finanza

Warren Buffett ha dimostrato ancora una volta di essere un imprenditore accorto scegliendo la fondazione benefica più ricca e meglio gestita del pianeta, scrive l’Economist.

Infatti Bill Gates e sua moglie Melinda praticamente raddoppiano in un sol colpo le attività della loro fondazione, a cui il fondatore di Microsoft dedicherà gran parte del suo impegno dopo il passaggio di mano programmato alla Microsoft.

L’importanza del terzo settore sta crescendo in interesse e capitali disponibili: globalizzazione filantropica, si potrebbe definire. Speriamo che questi capitali possano raggiungere veramente chi ne ha bisogno