Esiste un enorme albero che dovremmo cercare di buttar giù, per cercare di farne crescere tanti meno ingombranti e garantire una maggiore biodiversità nel nostro ambiente. Nessuna paura dunque, non si tratta di un’operazione distruttiva ma rigenerativa; l’albero a cui faccio riferimento è metaforico ed è quello della cosiddetta “cuccagna”, da sempre intesa come bene estemporaneo e non accumulabile conquistabile soltanto dai più abili equilibristi o arrampicatori.
L’albero della cuccagna ha sempre rappresentato in molte culture, prevalentemente del nord Europa, il simbolo della ricerca del cibo, della prosperità ed un buon auspicio per i raccolti futuri. Ma è cosparso di grasso e solo il più bravo riesce a mangiarsi il prosciutto, gli altri nisba … è dunque anche un simbolo della lotta per la sopravvivenza e di un mondo rurale e primitivo in cui le risorse per il sostentamento sono in mano a pochi privilegiati, che decidono quanto tenere per sè e quanto (eventualmente) distribuire a coloro che non ce l’hanno fatta ad arrivare in cima al palo. Un mondo in cui non esiste lo Stato, ma il signorotto locale, più o meno illuminato nei confronti del popolo. Un mondo di arretratezza.
Ecco, di questi alberi della cuccagna ne sono ricresciuti molti anche nel ricco Occidente e dovremmo cercare di abbatterne il più possibile. Ma gli strumenti che abbiamo in mano sono limitati, forse una piccola ascia per ognuno di noi e non certamente una potente sega elettrica. Un consiglio autorevole di metodo viene dalle parole attribuite ad Abramo Lincoln:
“Se mi chiedessero di abbattere un albero in otto ore con un’accetta, sei ore le dedicherei ad affilarla”
Affiliamo dunque le nostre accette, per non tornare indietro ad una società in cui una vita dignitosa viene concessa graziosamente da qualcuno che è riuscito, in qualche modo, ad accaparrarsi premi che non sono suoi.


