Sturm up Italy


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Tutti scrivono di startup, per non essere tacciato come snob ne parlo un pochino anch’io anche se non ne ho troppa voglia e devo accendere l’aria condizionata in studio perchè fa caldo. La cosa quindi mi costa ed il post, per vostra fortuna sarà breve.

Intanto, come molti avranno capito, fare startup (i.e. cercare di far camminare un’idea innovativa incontro al mercato) in Italia è molto difficile. Farsi Incubare (!) è molto più semplice, visto il numero di incubatori e di esperti di incubazione presenti sul territorio. Qui termino la dose dovuta di doppi sensi :)

Chi mi conosce bene sa che non sono un seminatore di pessimismo, anzi … il movimento degli startuppari (quelli che lavorano ai loro progetti di impresa, il termine fa schifo ma non l’ho inventato io) è encomiabile per coraggio e voglia di far succedere cose importanti. Mi piacciono, e mi piacciono alcuni luoghi di aggregazione e cultura d’impresa (che non voglio chiamare incubatori)  che sono nati anche qui da noi. Pieni di giovani talvolta un pò aggressivi e ribelli, come le giovani menti sanno e devono essere.

Alla tempesta che si è addensata sui cieli dell’economia italiana, lo sturm appunto, non vorrei che la risposta fosse una sorta di “sturmtruppen” fatto di imprenditori allo sbaraglio incazzati con il governo e la malasorte.

Per la crescita delle loro imprese l’ambiente di riferimento conta, il rischio paese anche. Perché allora dovrebbero rimanere qui a concepire e sviluppare le proprie idee? La mia risposta è la seguente: si è creato un vuoto di idee e propensione al rischio impressionante in questo paese e le giovani imprese lo stanno riempiendo. Ok, è come riempire un’autobotte con un bicchiere, ma con il tempo arriveranno anche opportunità di crescita sistemica ed interesse da parte di investitori che non vi faranno perdere tempo in improbabili percorsi di accreditamento e due diligence o, peggio, non tenteranno di portarvi via tutto per un tozzo di pane ed una press release estemporanea. Volete scommetterci?

Sogno o son desto?


Obama alla Casa Bianca

Obama alla Casa Bianca

Otto anni nel torpore di principi e valori sotto il ricatto del terrore, delle illusioni di crescita di carta e delle dottrine “il grasso che cola dall’alto sfamerà il mondo”; una leadership USA di bassissimo profilo con enormi conflitti di interesse.

In una notte, un nuovo presidente USA che è incarnazione stessa della diversità e della discontinuità dal passato, un leader naturale che ha conquistato autorevolezza sul campo ed è capace di ispirare in tempi difficili come questi. Ebbene sì; è nero, giovane, alto e sa comunicare i principi ed i valori di riferimemento di un popolo civile come nessuno della mia generazione ha avuto occasione di ascoltare. Dall’avversario sconfitto, un esempio di stima e rispetto non solo di facciata, un riconoscimento sincero e la consapevolezza di aver accompagnato Obama al suo destino.

Un popolo che è tutto ed il contrario di tutto, che torna ad insegnare vivacità democratica come è sempre riuscito a fare quando il giochi si fanno duri. Vi ritrovo alcuni tratti descritti da Tocqueville nella sua analisi. Se occorreva un disastro come quello dell’amministrazione Bush per arrivare a questo, ben venga la democrazia rigenerativa e che un rinnovamento come questo si possa almeno una volta ottenere anche in casa nostra. Ma quest’ultimo, più che un sogno, per molti di noi sta diventando un incubo.

Venerabile c(or)azzata


Siamo vicini all’esordio su OdeonTV (lunedì 3/11) del ex maestro venerabile della loggia P2 Licio Gelli, che dall’alto dei suoi novant’anni ci informerà su storie del nostro paese che speriamo siano intriganti e divertenti. Se ci fosse qualche storia piccante meglio ancora.

Prepariamoci dunque, dall’ormai riconosciuto promotore del piano di rinascita (democratica o nazionale?) a cui aderì nel 1978 come “muratore apprendista” anche il nostro attuale Presidente del Consiglio Berlusconi, un’altra proiezione di un film che l’italiano medio si è dovuto sorbire ripetutamente negli ultimi decenni, pur avendo ben altro a cui pensare. Sarà molto noioso, per contenuti e ripetitività; inoltre sfiancherà ulteriormente l’incolpevole spettatore.

In uno slancio di coraggio, durante il dibattito susseguente all’ennesima proiezione, imitando il Fantozzi di un celebre spezzone (dal secondo tragico) costretto dal capo dirigista a vedersi ripetutamente per anni un film (la corazzata Potemkin) venduto per eccellente dalla critica e dal prof. Guidobaldo, l’italiano (del dito) medio si alzerà dalla sedia esclamando di fronte ad una platea stanca ed attonita:

“Per me la c(or)azzata venerabile è una cagata pazzesca!!!” Seguono 92 (dico 92) minuti di applausi.

Situazione fantascientifica o probabile scenario futuro?

Come abbattere un albero


Esiste un enorme albero che dovremmo cercare di buttar giù, per cercare di farne crescere tanti meno ingombranti e garantire una maggiore biodiversità nel nostro ambiente. Nessuna paura dunque, non si tratta di un’operazione distruttiva ma rigenerativa; l’albero a cui faccio riferimento è metaforico ed è quello della cosiddetta “cuccagna”, da sempre intesa come bene estemporaneo e non accumulabile conquistabile soltanto dai più abili equilibristi o arrampicatori.

L’albero della cuccagna ha sempre rappresentato in molte culture, prevalentemente del nord Europa, il simbolo della ricerca del cibo, della prosperità ed un buon auspicio per i raccolti futuri. Ma è cosparso di grasso e solo il più bravo riesce a mangiarsi il prosciutto, gli altri nisba … è dunque anche un simbolo della lotta per la sopravvivenza e di un mondo rurale e primitivo in cui le risorse per il sostentamento sono in mano a pochi privilegiati, che decidono quanto tenere per sè e quanto (eventualmente) distribuire a coloro che non ce l’hanno fatta ad arrivare in cima al palo. Un mondo in cui non esiste lo Stato, ma il signorotto locale, più o meno illuminato nei confronti del popolo. Un mondo di arretratezza.

Ecco, di questi alberi della cuccagna ne sono ricresciuti molti anche nel ricco Occidente e dovremmo cercare di abbatterne il più possibile. Ma gli strumenti che abbiamo in mano sono limitati, forse una piccola ascia per ognuno di noi e non certamente una potente sega elettrica. Un consiglio autorevole di metodo viene dalle parole attribuite ad Abramo Lincoln:

“Se mi chiedessero di abbattere un albero in otto ore con un’accetta, sei ore le dedicherei ad affilarla”

Affiliamo dunque le nostre accette, per non tornare indietro ad una società in cui una vita dignitosa viene concessa graziosamente da qualcuno che è riuscito, in qualche modo, ad accaparrarsi premi che non sono suoi.

In ricordo di Nicla Migliori


Si è spenta a Pisa il 25 Luglio scorso Nicla Migliori, campionessa dello sport che a cavallo degli anni ’50 ha rappresentato il tennis italiano ai massimi livelli, nazionali ed internazionali. Due volte campionessa italiana in singolare (nel ’51 e ’55), più volte in doppio femminile e doppio misto (7+7), raggiunse nei tabelloni di Winbledon (ottavi), degli open di Francia  (ottavi) e degli Internazionali d’Italia (due semifinali) risultati importanti diventando la numero uno nelle classifiche del tennis italiano per ben tre volte.

Ha permeato di passione per il tennis i suoi cari e gli allievi della sua scuola (il CT Mediterraneo di Pisa) fino alla fine dei suoi giorni; l’ho salutata per l’ultima volta pochi mesi fa, era come sempre nel suo ufficio di fronte ai campi in terra rossa del suo circolo e mi ricordo ancora quando a quindici anni innaffiavo quei campi durante una torrida estate in cui avevo deciso di guadagnarmi qualche lira extra paghetta.

Ho ritrovato in rete questa foto anni ’50 che la ritrae di fronte alla sedia arbitrale insieme alla giovane Lea Pericoli, scattata al tennis di Castiglioncello che ha frequentato in quel periodo insieme ad altri campioni.

Alleanze nei cieli, ali tarpate in Italia


Leggo dal Sole riguardo ad una nuova alleanza tra British Airways, American Airlines e Iberia, tesa ad unire gli sforzi delle tre aviolinee per sostenere economie del business del trasporto aereo sempre più a rischio a livello globale per i motivi che sappiamo, primo tra tutti l’aumento del costo del carburante. Tre compagnie di tre grandi paesi consapevoli che mettono insieme le loro forze e, accettando la sfida globale, passano all’attacco, per sopravvivere e prosperare come sono riucite a fare dal 2001 ad oggi. Anche rischiando alla ricerca di un nuovo modello di compartecipazione nel business.

Come mio solito, confronto tali strategie di ampio respiro con le stitiche e mefitiche azioni di breve termine messe in atto dai governi italiani (azionisti di maggioranza) e manager di Alitalia negli ultimi anni. Il confronto è improbo. L’ultimo capitolo di questa storia italiana, quella della rinuncia ad un dignitoso accordo con Air France-KLM sacrificato a bassi scopi elettorali, la necessità di trovare una soluzione manipolando le regole del mercato e le leggi comunitarie da parte del nuovo governo che sbandiera la necessità di avere una aviolinea di bandiera (scusate il gioco di parole) per tutelare gli interessi del paese e del turismo nazionale, mi fanno ridere ma con tanta tristezza nel cuore. Come se la Spagna o altre nazioni non avessero gli stessi obiettivi …

Quella di Alitalia, che si rinchiuderà e molto probabilmente imploderà mestamente nel suo piccolo mondo di clientele politiche ed interessi corporativi licenziando i propri dipendenti dopo averne pagato gli stipendi a suon di ricapitalizzazioni fatte con i soldi dei contribuenti, è la fine in Italia di un altro settore strategico per ogni paese moderno voluto ed attuato da una classe dirigente di presuntuosi incapaci ed imbelli nel migliore dei casi, di delinquenti a piede libero e corrotti nel peggiore.

Alitalia è da anni una macchina che mangia soldi per fornire un servizio al di sotto degli standard internazionali che nessuno ad oggi vuole comprare se non per acquisirne la fetta di mercato a prezzi super scontati, Airone probabile partner è fortemente indebitata e l’advisor ISP (Intesa San Paolo) sta costruendo il castello di carte che garantirà la sopravvivenza ad una piccola newco destinata ad una vendita futura, con buona pace dei lavoratori e grassi introiti per finanzieri e consulenti. Magari con una nuova versione del decreto Marzano, fiore all’occhiello del precedente esecutivo di centro destra, ben avvezzo ad azzeccare “garbugli” mal digeribili dai nostri partner europei.

Franklin: libertà e sicurezza


Vale la pena di sacrificare parte delle libertà e diritti individuali per una maggiore sicurezza della comunità? Argomento molto attuale in tempi di flussi migratori difficilmente controllabili, minacce di terrorismo e paure epidemiche diffuse spesso funzionalmente ad interessi geopolitici ed economici.

Le parole di Benjamin Franklin lasciano pochi dubbi, basterebbe magari capire meglio quali siano le libertà che lui stesso definisce “essenziali” (preferisco la traduzione fondamentali, mi avvicina di più al concetto di diritti umani):

 “Those who would give up essential liberty to purchase a little temporary safety deserve neither liberty nor safety”.

In questa eventualità, il conto gli verrebbe presentato molto presto; facciano attenzione dunque i venditori di paura di professione, una comunità di esperti trasversale molto coesa e ben coordinata.

La mia lettura di Tocqueville


La mia formazione umanistica e storico-politica fa acqua da molte parti, ma vorrei comunque avventurarmi nel presentare e commentare tratti del pensiero di Alexis de Tocqueville, poichè ritengo che la sua opera “La democrazia in America” sia molto attuale per i tempi che stiamo vivendo.

Il concetto stesso di democrazia, messo sempre più sotto processo nelle sue basi fondanti (anzichè nelle sue non poche degenerazioni) richiede di tornare probabilmente a studiare, specialmente da parte di chi rappresenta i cittadini nelle stanze del potere.

Tenendo sempre conto che, come qualcuno disse, in un paese la peggiore democrazia é sempre meglio di un regime ispirato. Oppure no?